Una persona non può immaginare quanto male possano fare le ustioni, fino a quando non le vive sulla propria pelle. Spesso pensiamo a una bruciatura come a un piccolo fastidio, un po’ d’olio che schizza o un ferro caldo che si tocca per sbaglio, ma moltiplicando quel dolore per tutta la superficie del corpo, si entra in un incubo.
Ricordo il momento preciso. Agosto 2022 vedo il fuoco, sento il mio corpo tremare, mi manca l’aria. Le mani mi fanno male, non riesco a piegarle. Vedo bruciare il vestito che portavo quella sera. Poi, un punto in cui tutto si ferma: perdo conoscenza. Vedo l’oscurità, colori che esplodono. Poi ancora dolore. Torno in me, ed è un dolore atroce, che ti toglie il respiro. Vorrei solo non sentire più niente.
Ci sono le infermiere dell’ambulanza. Sento le sirene, chiedo subito la terapia del dolore, dico che non sono allergica a nulla. Mi tolgono gli anelli dalle dita e provo un dolore fortissimo. Da lì in poi, non ricordo più nulla con chiarezza.
Sono entrata in uno stato che sembra sogno. Ho viaggiato, ho visto cose meravigliose: fiori, petali che cadevano. Un ricordo in particolare mi accompagna: mi sentivo affogare in una piscina di gelatina verde luccicante, affondavo, vedevo i pesci ma non sentivo nulla. Questi sogni, strani e surreali, mi hanno legata alla vita.
Mi sono svegliata a ottobre. Mi dissero che ero in ospedale, al CTO. Non riuscivo a crederci. Ero stata in coma farmacologico. Avevo l’ossigeno, il tubo endotracheale, il sondino nasogastrico, il catetere vescicale, un accesso venoso centrale collegato a una macchina che faceva un rumore continuo. Quel suono è diventato, col tempo, insopportabile.
Non potevo muovermi. Ero bloccata, come un tronco. Le gambe, le braccia, tutto immobile. Non riuscivo a parlare per via del tubo in gola che mi faceva tossire e mi causava solletico. Ogni volta che venivo aspirata era terribile. Ricordo il desiderio di morire, solo per smettere di soffrire.
C’erano infermiere con mani delicate, altre meno, ma non potevo far nulla: non mi potevo muovere. Avevo sete, ma potevo bere solo pochissimo per via del tubo. Ricordo ogni medicazione. All’inizio venivano fatte con anestesia totale. Solo il risveglio era doloroso, ma sopportabile con gli antidolorifici. Ogni sera pregavo Dio perché mi togliessero quel tubo.
Quando finalmente me lo hanno tolto, nella mia mente ho fatto festa. È stato il primo momento in cui ho sentito il desiderio di vivere. Poi ho iniziato a muovere le mani, anche se non riuscivo ancora a girarmi da sola. Avevo bisogno di aiuto per tutto.
Devo tantissimo ai medici, fisioterapisti, infermieri, OSS che si sono presi cura di me. Passo dopo passo, ho ricominciato a muovermi. Ogni movimento era una conquista. Le medicazioni successive venivano fatte senza anestesia, solo con farmaci: dolore puro. Ogni strappo sulle fasce mi faceva piangere, anche quando non avevo più lacrime. Il dolore non era più solo sulla pelle, ma nel cuore.
Ogni fascia che copriva le mie ferite era un dolore continuo. Anche solo muovendomi un po’, la pelle rischiava di rompersi e sanguinare. Ma quello era solo l’inizio. Quando si sopravvive a un’ustione, non si affronta solo il dolore fisico: si entra in un percorso dove ogni giorno è una battaglia. Prima per sopravvivere, poi per riconoscersi.
Il mio corpo non era più lo stesso. Quando mi proposero di guardarmi allo specchio, dissi di no. Avevo troppa paura. Paura di non riconoscermi, di non sentirmi più me stessa. Le cicatrici, anche se considerate “guarite”, sono dure, tirano nella direzione che vogliono loro, prudono, fanno male. Non sei più libera nei tuoi movimenti: è come avere un elastico che ti tira le braccia, le gambe, il volto, ovunque.
Avevo perso quasi completamente l’elasticità della gamba sinistra. Era rigida a 90 gradi, non riuscivo a stenderla. Ma non volevo arrendermi.
Ricordo ancora la prima volta che sono andata dalla fisiatra. La dottoressa mi ha guardato con occhi pieni di parole non dette. Poi, con dolcezza, mi ha detto: “Con un po’ di fisioterapia e qualche intervento ce la faremo”. Dentro di me, è scattata una paura tremenda. Ho rivisto quella piscina di gelatina verde in cui mi sentivo affondare. Qualche lacrima è scesa sul mio viso, ma ero pronta ad affrontare anche questo.
Da quel giorno è cominciata la fisioterapia, sia in ospedale che a casa. Ogni giorno, con impegno e pazienza, mi seguiva Danila, una fisioterapista straordinaria. I primi giorni sono stati durissimi. La rigidità della gamba, Quando mi ha aiutata a mettermi in piedi per la prima volta, mi ha detto: “Ce la fai”. Io piangevo, un misto di dolore, prurito, formicolio. Lei, però, mi disse una cosa che mi è rimasta dentro:
“Non hai rotto nessun osso, è solo la pelle che deve riadattarsi. Deve allungarsi di nuovo.”
Quel giorno è stato una svolta. Ero ancora in carrozzina, avevo bisogno di aiuto per ogni movimento, ma dentro di me era scattato qualcosa. Non volevo più restare in quella condizione.
Poco dopo, ho provato a salire le scale di casa. Da sola. Mia figlia e una mia amica erano lì, preoccupate: “Non farlo, potresti cadere, ti aiutiamo noi!”. Ma io ho detto no. Ho chiesto solo che mi aspettassero in cima. Ho salito quei gradini da sola. È stato difficilissimo. Doloroso. Ma ce l’ho fatta. E da lì ho capito che non mi sarei più arresa.
Con l’aiuto delle fisioterapiste Daniela e Daniela, piano piano ho allungato di nuovo le gambe. Ho lasciato la carrozzina. Sono passata alle stampelle, che mi aveva procurato Andrea, il fisioterapista della ASL 3 che veniva a casa. Poi, un giorno, sono risalita in macchina. Ovviamente con qualcuno accanto, ma ero di nuovo al volante. Sentivo l’adrenalina, la libertà. Dicevo:
“Non corro, ma tu macchina mia mi porti dove voglio, veloce.”
Anche le mie mani hanno subito degli interventi, alcuni con buoni risultati. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Adesso mi concentro sulla fisioterapia, con la speranza di recuperare la forza e la precisione necessarie per tornare a fare i lavori più impegnativi.
Vorrei scrivere molto di più sulla mia esperienza. Non è facile essere un paziente, soprattutto quando hai lavorato come OSS e conosci entrambi i lati della barricata. Esiste una linea sottile tra l’essere empatici e il diventare semplici esecutori. Per questo voglio ringraziare con tutto il cuore chi si è preso cura di me con umanità.
Questa esperienza mi ha fatto rinascere. Oggi vedo e progetto la vita con amore, verso me stessa e verso gli altri. Rispetto la vita, le credenze, le persone. Ho scelto di far parte di un’associazione che sostiene chi si sente solo, chi ha bisogno di una mano amica nel momento più buio.
Perché anche quando tutto brucia, anche quando sembra finita, si può rinascere. Io l’ho fatto.